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Venerdì 26 gennaio 2018 - Conviviale On. Bobba

Bobba

 

L'On. Luigi Bobba, Sottosegretario al Lavoro e alle Politiche Sociali ha illustrato la ricaduta del Codice del Terzo Settore sulle Associazioni di Volontariato. Questa è la relazione integrale del suo intervento.

Riforma del terzo settore

 

Perché terzo settore? La denominazione è di origine anglosassone che definisce il campo del mercato e delle imprese, il campo delle amministrazioni pubbliche e in mezzo c’è un campo che è stato a lungo invisibile e non definito  chiamato ‘Terzo Settore’ che include tutto ciò che non è amministrazione pubblica e impresa privata.

Perché è rimasto a lungo invisibile? L’Istat ha cominciato ad indagare e classificare il mondo del terzo settore solo a partire dal 2001, prima di allora non c’erano statistiche strutturate come quelle dei censimenti. Non essendo rappresentato da una cifra, da un valore numerico il mondo del Terzo Settore è risultato come non esistesse. Eppure ciascuno di noi o come rotariano o come membro di qualche realtà associativa sa bene come questo mondo intreccia la vita quotidiana delle persone oltre, beninteso, alla realtà dell’amministrazione pubblica e dell’impresa privata.

L’impegno è stato quello di dare una carta di identità a questo mondo che da un lato aveva una sua precisa identità ma non aveva un riconoscimento da parte delle leggi dello Stato. D’altra parte una realtà associativa può benissimo operare, anche in assenza di un riconoscimento legale, in virtù della libertà di associazione, purché le finalità  rimangano nell’ambito del lecito. Per cui non si vede motivo perché la legge si debba occupare di una attività volontaria che un cittadino svolge senza una ragione di lucro, egli agisce non perché glielo prescrive la legge ma per libera scelta con l’intenzione di esprimere con opere concrete i valori che ispirano la propria realtà associativa.

Questo principio associativo viene garantito dalla Carta Costituzionale, dal Codice Civile ma non dalla legge ordinaria o meglio la legge ha riconosciuto di volta in volta delle famiglie di soggetti come le Associazione di promozione sociale, le Associazioni di Volontariato, le ONLUS, le Organizzazioni non lucrative di utilità Sociale, le Organizzazioni Non Governative, cui il legislatore ha dato di volta in volta uno statuto. Il tentativo di riordino ha lo scopo di dare un confine, un perimetro, una carta di identità a questo variegato mondo associativo. L’Istat ne ha censiti 301 mila, quindi realtà molto radicate nelle nostre comunità a partire da quelle che fanno volontariato, cultura, sport e così via.

Lo scopo della legge è stato quello di dare un carattere comune agli ETS, Enti del Terzo Settore, così definiti dall’Art. 1 della legge: Organizzazioni private, quindi non pubbliche, che hanno finalità civico, solidaristiche e di utilità sociale. Queste specificazioni non sono casuali: con civico si comprende tutto ciò che ha a che fare con la comunità, con solidaristico tutto ciò si fa per chi è maggiormente in difficoltà, di utilità sociale tutto ciò che ha capacità di generare opere o imprese che hanno una finalità sociale pur basandosi sulla dimensione economica. Sono organizzazioni che si reggono preminentemente sull’impegno volontario, sulla forma mutualistica o sulla forma dell’impresa sociale.

Sono organizzazioni che realizzano attraverso le loro attività quei fini sopra indicati. La legge richiama un aspetto specifico ‘devono svolgere attività di interesse generale’. Questa definizione è stata mutuata dall’ultimo comma dell’Art.118 della Carta Costituzionale, inserito nella riforma del 2001, che così si esprime: ‘Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l'autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà’. Le istituzioni della Repubblica quindi hanno un compito programmatico di favorire l’autonoma iniziativa dei cittadini, quindi libera, per opere di interesse generale, quindi non finalizzate ad un interesse privato e nemmeno ad un numero ristretto di persone, ma rivolto ai più, quindi pubblico, secondo il principio di sussidiarietà, per cui le risposte ai bisogni di una comunità prima che dallo Stato vengono dai cittadini che sono capaci di organizzarsi e dare delle risposte che lo Stato riconosce conferendovi una forma legislativa.

Questo è stato il cuore ispiratore della legge. Da un lato un disegno di riordino di una normativa che era diventata copiosa, articolata, dall’altra provare a realizzare nella legge ordinaria quel principio costituzionale, inserito nel 2001, che è rimasto in gran parte  disapplicato e a volte in contraddizione con la normativa ordinaria.

Questo è stato l’intento di fondo, determinato anche da un’altra oggettività sociale già evidenziata da  Joseph Stiglitz, economista americano, premio Nobel, in una intervista, in cui ha detto: ‘Bisogna investire nel terzo settore per combattere le diseguaglianze ormai diventate un fenomeno così radicale da produrre esclusione sociale, con tante persone che non hanno una opportunità di vita dignitosa perché i  paesi che si trovano ad essere più diseguali hanno un vivere comune peggiore. Si determina così un doppio danno: tante persone che vivono fuori dal circuito delle opportunità e dall’altro una vita comune che diventa più faticosa, difficile. Perché investire nel Terzo Settore? La legge di riforma ha l’ambizione di riordinare ma anche di sostenere, incoraggiare le reti sociali sapendo che se nelle comunità esistono delle reti associative, volontarie e cooperative ben radicate il vivere bene comune, la fruizione di opportunità sarà appannaggio di tutti.

Questo è il principio ispiratore che si è espresso in quattro decreti legislativi e in un decreto del Presidente della Repubblica, ma il più impegnativo è stato la formulazione del Codice del Terzo Settore. Già la parola codice ha in sé l’idea di corposità, ben 104 articoli. La riforma è stata redatta con quattro decreti legislativi: uno riguarda il codice del Terzo Settore, uno riguarda il Servizio Civile, uno riguarda le imprese sociali, uno riguarda il 5 per mille e infine l’ultimo è un Statuto fatto con un decreto del Presidente della Repubblica che ha dato vita ad un nuovo soggetto la ‘Fondazione Italia Sociale’.

 I risultati di tutto questo lavoro come li possiamo identificare, che cosa possiamo aspettarci da questa operazione così importante dal punto di vista normativo possa accadere nella realtà? Che cosa possono attingere da questo cambiamento le 301 mila realtà associative presenti in Italia?

 Il primo punto è che questa riforma consenta ad un numero maggior di persone di impegnarsi in una realtà associativa, volontaria, cooperativa. La realtà associativa verrà monitorata con censimenti periodici e già l’analisi fatta dalla prima rilevazione del 2011 ha permesso di registrare un incremento del 10% di volontari in associazione. Questo dato conferma che la riforma ha colto un dato della realtà relativo ad una disponibilità crescente delle persone all’interesse sociale.

La prima verifica, che sarà possibile fra qualche anno, sarà quella di rilevare se si sono create delle condizioni favorevoli perché ci siano un numero di persone disponibili all’impegno civico e volontario cioè a prendersi delle responsabilità che vanno oltre il perimetro della propria famiglia e della propria persona. Questo è un indicatore molto semplice da rilevare ma è il cuore stesso della riforma. Sempre l’Istat ci dice che di quelle 301 mila associazioni l’85%  vive un impegno volontario, se non fosse tale sarebbe equiparabili ad imprese con capitale azzerato, cioè fallite. Quindi l’impegno volontario è il capitale sociale di queste associazioni, se non ci fosse non ci sarebbe vita associativa. Dobbiamo pensare che rigenerare, allargare questo capitale sociale è la cosa più importante.

Non è un caso che nella riforma sia stata inserita la riforma del Servizio Civile proprio con questo intento. Esiste già in Italia da 15 anni per la durata da 8 a 12 mesi un servizio volontario che agisce a favore di queste realtà associative. Dal 2013al 2017 si è passati da qualche migliaio a 53 mila giovani che sono in servizio civile. L’ambizione è di arrivare 100 mila giovani, 1/5 di ogni generazione, che facciano sevizio civile con uno straordinario investimento sulle reti associative, volontarie, cooperative, mutualistiche, perché probabilmente un giovane che fa una buona, una positiva esperienza in quelle realtà poi magari ci rimane o comunque gli rimane dentro un patrimonio di valori che poi riversa in qualche altra realtà ma gli rimane dentro questa passione per rimettersi in gioco responsabilmente anche dentro la propria comunità.

Abbiamo fatto un forte investimento di risorse allargando l’orizzonte anche ad un sevizio europeo. Nel secondo semestre del 2014, con Presidenza europea guidata dall’Italia, Renzi lanciò l’idea di un servizio civile europeo che non ebbe subito seguito ma che in seguito Junker con astuzia politica e opportunismo ha rilanciato e ora il Parlamento europeo ha discusso il ‘Corpo europeo di solidarietà’, analoga versione del sevizio civile. Se siamo contenti quando i nostri giovani lasciano l’Italia con l’Erasmus per studiare perché non esserlo se fanno una esperienza associativa, civica, volontaria in un paese diverso trovando il modo di vivere una cultura, di conoscere un’altra lingua, di inserirsi in un altro paese.

 Il secondo punto importante è quello di vedere se questa riforma  in grado di rafforzare la mano privata che sostiene queste organizzazioni. Il Rotary si sostiene su risorse prevalentemente private, perché lo Stato dovrebbe favorire, attraverso risorse private, che queste associazioni si rafforzino, siano capaci di produrre servizi, generino delle opere che hanno una ricaduta sociale? Semplicemente perché incrementa con il suo intervento questa potenzialità e possibilità. Abbiamo pertanto inserito nella legge dei correttivi che hanno modifica la possibilità che un cittadino o un’impresa, quando fa una erogazione liberale, una donazione, abbia un incremento della detrazione. Dal 26% si passa al 30%. Se si fa una donazione liberale ad una organizzazione che fa solo volontariato questa detrazione sarà del 35%, come a dire che 1/3 di quello che dai se ne fa carico lo stato con una minor entrata del bilancio pubblico. E’  stata introdotta anche un’altra norma denominata ‘social bonus’, che sulla falsariga dell’art bonus proposta da Franceschini nell’ambito del patrimonio artistico, può mettere in moto un meccanismo di carattere fiscale: tu dai 100 e ti ritorna in 3 anni il 65% sia che tu sia un’impresa o un cittadino privato. Si è creato il ‘Social bonus’, che significa che se un’ amministrazione pubblica, abbiamo fatto un accordo con l’ANCI, l’agenzia  del demanio, l’agenzia dei beni confiscati alle mafie, decidesse di destinare in comodato d’uso per un certo numero di anni ad una associazione, iscritta nel Registro del Terzo Settore, uno dei tanti immobili pubblici, inutilizzati, non valorizzati, spesso dimenticati, a volte persino abbandonati, l’Associazione può utilizzare lo stesso meccanismo dell’Art Bonus, mobilitando i suoi sostenitori, i suoi associati, delle imprese ad elargire delle donazione per il recupero dell’immobile da destinare ad finalità di utilità sociale. Si rafforza in questo modo anche la solidità, la capacità di mantenersi operativa di questa associazione, di continuare ad esercitare la sia funzione di tutela sociale sulla comunità. Se il cittadino fa una elargizione può avere di ritorno un risparmio sociale del 65% o se si tratta di una impresa il 50% di deduzione fiscale. Quindi un altro beneficio di questa riforma è quello di favorire i meccanismi donativi per finalità sociali.

 Terza ricaduta positiva attesa da questa riforma è quella di avere un unico Registro del mondo degli Enti del Terzo Settore (ETS). La pletora di associazioni fa si che lo Stato e il cittadino non abbiano conoscenza di queste realtà. Manca un registro analogo a quello delle imprese, esistente presso le Camere di Commercio, che ne permetta visibilità e consultazione. Per le realtà associative non esiste questa possibilità, ne per il cittadino né per lo Stato. L’Istat ha consultato i registri, esistenti presso le varie amministrazioni dello Stato e della Regione, e ha ricomposto una geografia, una mappatura del mondo delle associazioni. E’ necessario però avere un meccanismo semplice, trasparente, accessibile e aggiornato. L’iscrizione sul Registro è obbligatoria ma se si vuole beneficiare di una di quelle facilitazioni, sostegni, agevolazioni diventa necessaria. Se si vuole usufruire del 5 per mille, utilizzare il ’Social Bonus’, promuovere le donazioni liberali per avere una deduzione fiscale è necessario iscriversi al Registro degli ETS. Non c’è un obbligo ma un vincolo solo se si vuole utilizzare una delle opportunità che legge concede. Il compito è complesso e l’aggiornamento del Registro sarà affidato alle Regioni.

 Un quarto beneficio riguarda l’impresa sociale. L’Italia è conosciuta attraverso le Cooperative Sociali, che sono una delle forme attraverso cui si possono realizzare le imprese sociali i cui utili sono prevalentemente destinati a delle finalità sociali e non a remunerare il capitale investito. Perché è importante sviluppare questa economia sociale? Perché in tutta Europa c’è il campo nuovo della economia sociale che rappresenta una opportunità di costruire servizi e attività che incorporano quel valore sociale e lo trasformano in impresa.

Ci sono molte attività che vanno incontro al disagio sociale. Ad esempio la cura degli anziani. La presenza di  imprese che abbiano questo specifico carattere sociale  ci garantirebbe una specifica competenza particolarmente delicata, specie quando le persone sono particolarmente deboli e vulnerabili. Il campo dell’impresa sociale potrebbe avere un orizzonte assai vasto e questa legge introduce molte novità e soprattutto sostiene gli investimenti nel sociale. L’investitore sociale investendo 100 potrà avere di ritorno 30, con una partecipazione quindi dello Stato. E’ un meccanismo che è già utilizzato per le Start Up innovative, tecnologiche in cui l’investitore su questo tipo di realtà riceve uno sgravio in questo caso del 25%. Lo Stato lo fa perché ritiene che l’innovazione, la tecnologia siano un valore che porta vantaggio per tutti non solo all’imprenditore che investe.

Analogamente anche l’innovazione sociale è un elemento importante che merita di essere sostenuto. E’ stata introdotta addirittura una norma, che si spera possa essere recepita dagli operatori bancari e finanziari, che introduce i Titoli di Solidarietà rappresentati da fondi, obbligazioni che possono essere acquistati dal risparmiatore con una tassazione sulla rendita uguale a quella dei titoli pubblici 12,5% e non il 26% dei titoli finanziari. Se la Banca fa questo tipo di risparmio non può investirlo in qualsiasi cosa ma utilizzarlo per finanziare attività del Terzo Settore. Il risparmiatore così avrà un vantaggio dal punto di vista fiscale, dall’altro una finalizzazione sociale del suo risparmio.

La legge è fatta, i decreti pure, mancano solamente alcuni provvedimenti attuativi, cui si sta mettendo mano. E’ fondamentale a questo punto la risposta delle organizzazioni nel senso che venga data una  valutazione positiva a questa opportunità di legge. Per esempio prevedere una campagna di donazioni, oppure richiedere al demanio l’utilizzo di un immobile dismesso per una finalità sociale, una banca interessata ad emettere titoli di solidarietà. L’atteggiamento proattivo da parte delle organizzazioni  destinatarie di questo complesso di norme è l’elemento più importante perché la riforma abbia successo. Eventuali integrazioni o correzioni potranno essere implementate con Decreti correttivi ma l’aspetto strategico più importante sarà l’atteggiamento di cambiamento e di sfida da parte delle organizzazioni.

Lo spirito della riforma si può racchiudere in una frase di un grande studioso  della società – il sociologo polacco Zygmunt Bauman,  autore di concetti come ‘la società liquida  o  la solitudine dell’uomo globale’ – che dice: ‘La responsabilità che ognuno ha dell’umanità degli altri è il metro del livello etico di una società’.

Carlo Battellino 

 

 

 

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